L’abito occidentale si basa sul tagliare e cucire la stoffa in modo che sia “su misura” che aderisca al corpo secondo misure standardizzate che andranno a costituire un abito di una determinata taglia.Al contrario, l’abito orientale, come ad esempio quello indiano, o quello antico greco-romano è concepito come un telo che, drappeggiato, diventa abito proprio mentre lo si avvolge sul corpo.Se confezionare un abito europeo significa tagliare e cucire una certa metratura di tessuto, il concetto è inverso per l’abito tradizionale orientale che dipende dalla quantità e qualità della stoffa e dalla capacità personale di chi, indossandolo, lo sistema sul proprio corpo.Il medesimo taglio di stoffa, infatti, diverrà abito proprio mentre lo si modella e sarà diverso a seconda della costituzione e della perizia della donna che lo indossa.Abbiamo proposto di interpretare l’abito partendo da una figura geometrica superando le misure o le taglie. Abbiamo scelto quindi di non intervenire sulla stoffa se non in maniera essenziale e di non pensare alle forme del corpo.In questo modo l’abito si adatta ad ogni corpo in modo personale e, soprattutto, in modo originale ogni volta che lo si indossa, proprio come succede con gli abiti orientali.
La performance che si svolgerà domenica 25 all'EXPO , Padiglione Emilia Romagna, vuole essere una provocazione per riflettere su un concetto diffuso e secondo
cui l’abito parla di chi lo indossa, cosicché, vestendosi, la persona si
mostra, si espone, “si mette a nudo”.
I capi che saranno
indossati sono modellati, non tagliati e cuciti secondo la consuetudine
sartoriale. Infatti, con l’uso di teli di stoffa dalle forme geometriche
essenziali -cerchio, quadrato, rettangolo e, con la cucitura dei due lati, il
cilindro- vogliamo restituire alla donna la capacità di coniugare la forma con la funzione dell’abito.
La forma essenziale è proposta per essere
personalizzata e ri-costruita nuovamente rendendola ogni volta più
adeguata all'occasione, più comoda e originale, più duttile e capace di seguire
il movimento del corpo e più rispettosa dei suoi cambiamenti.

D’altronde se si
risale alla funzione storica
dell’abito, in nessuna epoca essa si è esaurita nel coprire o proteggere il
corpo; piuttosto, l’abito ha significato esibizione di un’appartenenza
evidenziando, anticamente la classe sociale e professionale, oggi
l’ostentazione di capacità economica o di consapevolezza sociale e culturale. E
non è secondario il fatto che oggi il vestirsi è diventata un’azione
massificante e preconfezionata.
La funzione di indossare questi capi basici, dunque, è
proposta come atto liberatorio. Vuole essere un’uscire dalla massificazione
omologante e un ri-appropriarsi della consapevolezza del vestire, del vestito.
Uscire dal
precostituito richiede determinazione, sicurezza (padronanza di sé);
soprattutto richiede ironia, autoironia e autostima: richiede, cioè, la
consapevolezza che non ci si relaziona con l’altro presentandosi coperte
da un abito ma con il protagonismo di
una personalizzazione dell’abitare, dello stare
dentro ad una propria creazione.