giovedì 25 febbraio 2010

iconografia cristiana moderna

Chiara mi contatta qualche settimane fa con una di quelle richieste che idratano l'ego rinsecchito dalla stanchezza di metà anno.
"Prof, conosce la chiesa nuova di Quartirolo?""No, Chiara, so a mala pena cos'è Quartirolo!""Ho bisogno della sua consulenza, ci sono delle sculture che non mi piacciono venga a vedere se è un problema mio, magari devo solo abituarmi, o se proprio ..."
Prendiamo appuntamento : Chiara si offre per farmi da guida a questa nuova chiesa che le piace, a parte le sculture.
L'incontro pare sia destinato a slittare, un inconveniente dietro l'altro, ma finalmente il giorno dell'appuntamento arriva...e curiosamente coincide alla prima escursione dei miei studenti a Berlino.
Pensavo a questo mentre scendevo dall'auto parcheggiata a metà tra la chiesetta antica e la costruzione modernissima a forma ovoidale con una sgraziata croce rossa ( in via Carlo Marx ha il suo lato ironico).
Berlino è tornata nella mia mente anche quando accompagnata da Chiara mi appresto ad entrare e vengo investita dalla luce blu della splendida vetrata.
"Qui c'è la simbologia del battesimo e dell'acqua" spiega critica.
Sono stupita: la vetrata è meravigliosa e di fronte a questa una piccola vaschetta in vetro di Murano; lo stesso vetro decora la parete, ormai ho capito il gioco, rappresenta una cascata; giù nel pavimento la ceramica è interrotta per lasciare spazio ad altro vetro che simula un corso d'acqua, "il mar Rosso, il Giordano", è indispensabile oltrepassarlo per entrare in chiesa... e passare sotto alla rappresentazone dello Spirito, che finalmente non ha più la forma di colomba ma è diventato un argenteo soffio di vento.
Prima di essere una appassionata di arte sono stata affascinata dalla simbologia cristiana, che è stata la mia origine, la mia iniziazione all'arte, sarà quindi tautologico precisarlo ma ero già innamorata ... quando però mi giro per dirigermi verso l'altare vedo le sculture...
Sono due lastre immense, a bassissimo rilievo, in stucco bianco, che separano l'ingresso dall'aula liturgica: la prima, posta verso l'ingresso, raffigura l'imminente lotta tra Giacobbeo e l'angelo, che sta scendendo dalla scala, l'altra che coincide con questa ma è rivolta verso l'interno della sala, si chiama impropriamente "trittico di Maria". Tra le due c'è il dubbio, giustificato, di Chiara: una caricatura di Giovanni Battista. A dire la verità è l'unico obbrobrio della splendida aula ecclesiale, lievemente asimmetrica grazie alla cantoria soprelevata lungo il lato sinistro, che ha una bellissima forma avvolgente.
E' vero, i banchi sono di dubbio gusto, ma l'ambone-pergamo, meravigioso, nasconde e al tempo stesso ostenta uno splendido sepolcro. Il piccolo altare a specchio con "la confessione" delle reliquie a vista è incantevole e, dietro a questo, si trova un delicatissimo sovvertimento delle forme tradizionali: al posto della solita forma concava dell'abside c'è la forma convessa della base di un campanile. La torre campanaria non verrà innalzata ma la base è la sala dell'adorazione: il tabernacolo che si amplia in una saletta appartata e circolare (allude alla perfezione di Dio). La presenza dell'eucaristia è, come sempre, segnalata dalla lampada rossa che è visibile in tutta la chiesa grazie ad una finestrella.
Uscendo Chiara mi ha spiegato anche il belllissimo soffitto ligneo che assomiglia alla costruzione della chiglia di una grande nave anche se è solcata da una fenditura verticale che fa entrare la luce del giorno.:"E' l'arca di Noè" allunde alla Salvezza ...
Meravigliosa quest'arca rovesciata, sorprendente per la semplicità con cui ha sposato l'antica eterna simbologia al nuovo astratto stile del nostro tempo.

senza Berlino



Avevo accarezzato a lungo il sogno di andare a Berlino con gli studenti e alcune colleghe, avevo seguito con abnegazione il progetto e con trepidazione il passaggio tra sogno e realtà.
Con le colleghe avevamo impavidamente disintegrato e risolto le difficoltà che erano sorte: una ad una.
Con orgoglio ed entusiasmo avevamo contaggiato gli studenti e loro , puntuali, avevano risposto in massa.
Cameratescamente avevamo collaborato alla stesura di un programma dettagliato, ideato percorsi e steso itinerari, organizzato serate e ipotizzato funambolici e teorici progetti collaterali.
Follemente avevamo ideato la presentazione alle classi partecipanti...
... ... poi il destino ci ha messo lo zampino...
e la prof., che è anche mamma, ha lasciato il primo per il secondo, di ruolo!
Così i ragazzi sono a Berlino e le colleghe anche ... io sono qui...
...niente Berlino per quest'anno.

martedì 16 febbraio 2010

dislessia

Soutine, non è tra i miei preferiti.
Lui e gli altri due suoi "compagni" di sventure e non, Chagal e Modigliani, li conosco abbastanza poco, non ho mai avuto modo di studiarli approfonditamente.
Tuttavvia Soutine l'ho incontrato diverse volte e il primo incontro con lui l'ebbi sulle tracce degli animali squartati che, nell'arte, uniscono tre personalità distanti di età e paesi: Annibale Carracci, Rembrandt, Soutine.
Ripeto: Annibale Carracci ( e il nome è d'obbligo perchè sono i Carracci contemporanei sonotre -e poi c'è Antonio, meno conosciuto e della generazione seguente-), Rembrandt (del cui nome abbiamo parlato e non ha bisogno del banale cognome per distinguerlo) e Soutine...
Soutine è il cognome ma il nome come fa?
Avrei giurato Claim...
Per la mostra sul Ghetto che resterà allestita fino al 11 marzo ho preparato 5 fogli con brevi riflessioni su cosa voglia dire per Soutine ebreo essere un artista.
Ho cercato immagini, copincollato e tradotto titoli e didascalie. Ci ho lavorato e non mi sono accorta, no dico, non mi sono accorta, che si chiamasse Chaim. Io per anni l'ho chiamato Claim! Come testimonia il titolo della sezione della mostra:
La storia di un artista ebreo:

Claïm Soutine

frappe

Le frappe devono sciogliesi in bocca e rompersi in mano, ti devi sporcare di zucchero a velo, se no non è carnevale.
Poi ognuno le fa come vuole, la forma è libera, ma la frappa è uno "scherzo di dolce" e bisogna prenderlo per quello che è... non lo si offre alle cene formali, non è dolce da tè o da signorine educate è da fiera, da burla, da festeggiare con abbondante allegria.

venerdì 12 febbraio 2010

a Boston passando da Rimini


Ieri siamo andati a visitare la mostra "Da Rembrandt a Gauguin a Picasso. L’incanto della Pittura. Capolavori dal Museum of fine Arts di Boston" organizzata da Linea d'Ombra presso Castel Sismondo a Rimini. La mostra l'avevo già visitata: non è un granchè. Come sempre fa "Linea d'ombra", manca totalmente l'aspetto critico, lo studio, l'allestimento è banale, i commenti alle pareti, quando non sono incomprensibili, sono inutili e stupidamente lunghi...

" Immagine che nella sua perfetta armonia di sentimento quotidiano e tensione mistica, dà il senso più vero di cosa sia la pittura, non solamente celebrativa, di argomento religioso. Dialogo continuo e serrato tra un “qui e ora” e lo svariare di luci che conducono altrove dal mondo. Come nel capolavoro di Francesco Cairo, e siamo nel Seicento inoltrato in terra adesso di Lombardia, con la decollazione di Giovanni Battista. In quel grande, allagato buio che in altre opere quasi struggenti del medesimo secolo giunge invece dalla terra spagnola. Dai Santi di Zurbarán, al Cristo flagellato di Murillo, al San Domenico in preghiera del Greco. Dove torna, meravigliosa e suadente, quella memoria notturna e lunare che proviene dall’esempio di Tintoretto visto e studiato a Venezia."
Marco Goldin, ideatore e direttore di Linea d'ombra, è una certezza di superficialità "l'arte è per tutti, perchè tutti sono in grado di apprezzare la bellezza!"
Ecco se fosse così avrebbe ragione "la riforma scolastica" che ha tolto la storia dell'arte da tutta la scuola secondaria italiana eccetto che dai licei!
Non è affatto così, naturalmente, ma Linea d'ombra si allarga e continua ad esporrein diverse città, mentre le organizzazioni di mostre tradizionali, quelle che mentre allestiscono promuovono la conoscenza dell'arte, sono state chiuse o versano in condizioni alla soglia del fallimento!
Quale è la differenza?
L'organizzazione di Goldin è un business: prende opere da tutto il mondo, pagandole profumatamente, le espone ricavandone denaro dagli ingressi e da accordi, promozioni ecc (ricordiamoci che 15 anni fa pochi conoscevano Treviso, ora città d'arte conosciuta e frequentata, grazie alle prime esposizioni degli impressionisti fatte dalla neonata Linea d'ombra a Ca' dei Carraresi). La capacità di pubblicizzarele esposizioni di arte è efficace, il pubblico ormai identifica Linea d'ombra con gli impressionisti e l'arte in generale.
Allora perchè andarci? Perchè addiritura portarci le classi?
  • Perchè Rimini è più vicina di Boston e l'occasione di "vedere dal vero" è sempre il fondamento della didattica della Storia dell'Arte
  • sui quei pittori, temi, tecniche ci stiamo ragionando da mesi, anni. Ecco infatti ho portato le due classi quinte.
...con le quinte si cominciano a tirare le fila
  • hanno bisogno di "provare" le conoscenze teoriche "sul campo"
  • é possibile impostare una seria e condivisa riflessione sull'opera d'arte come bene comune,
  • è necessario impostare un ragionamento sulla collocazione dell'opera -dopo anni che parliamo di destinazione originaria- del suo allestimento sia in museo, sia , anzi a maggior ragione, nella mostra temporanea;
  • confronto tra questa e altre mostre ("Signorini" a palazzo Zabarella Padova)
  • e infine sul tema "presentare un'opera" sia come interpretazione-contestualizzata e motivata, sia come racconto ispirato.
Ecco a questo proposito l'altra ragione per andare alla mostra con la classe: il concorso che mi pare sia stimolo importante per produrre un racconto che parta dall'opera...

Insomma per riassumere la scuola è un luogo di elaborazione delle esperienze e non si accontenta mai dell'incontro con la cultura in maniera acritica ma sempre interpreta, confronta, analizza e discute.

Quindi ieri a Castel Sismondo abbiamo soprattutto dato una lettura critica, spesso in maniera divertente e divertita.

mercoledì 3 febbraio 2010

abbassare il livello significa aumentare la noia.

scrutiniiiiiiii.
1,2,3 10 scrutini. Nome voto, voto nome.....
aaarrrrrrrrrrrgggggggggggggg!!!!!!!!! io non ci capisco niente...
Cosa vuole dire 5 cosa vuole dire 6?
Cosa c'entra la quantita con il sapere? ...e la qualità si misura? e gli indicatori?... e il livello di partenza e l'emotività, le capacità, le possibilità? Tutto in un voto!!!
No, va bene, si può fare! Solo che, sia chiaro, il mio voto è relativo!
Sarà ma non mi piace.
Andrà bene, ma è falso...
Sarà codificato ma non ci credo.
Come mai, in una scuola, ho meno insufficienze considerando tutte e 6 le classi, rispetto all'altra scuola dove ne ho 14 in una sola classe!
Ma io sono sempre quella!
E chiaro che in una scuola mi sopportano anche, nell'altra andrà sempre peggio perchè mi odiano proprio. eappunto come già dicevo da qui sgorga naturalmente l'odio per la materia. Cioè non si innesca alcun rapporto positivo, costruttivo...
E io continuo a chiedermi cosa posso fare per migliorare le cose: non ho trovato risposte accettabili, ma solo alcune ipotesi che non sono praticabili, oppure forse lo sarebbero se fossimo in quarta.
Il fatto che è tremendo insegnare una materia umanistica iniziando dalla quinta. E' sempre stato uno strazio perchè si riesce a dare un metodo, se non ce n'è uno prima, o almeno, se quello precendente non è più comodo.
Io pretendo il ragionamento e questo crea dei problemi, molti problemi.
Mi sono chiesta se fosse possibile abbassare il livello che richiedo a questa classe, cioè forse dovrei accontentarmi del riconoscimento dell'opera. Ma qui il limite è mio: non sono capace di fare cose senza senso, mi deprimono e fare cose deprimenti, deprimere la gente è oppressione. Anche chiedere troppo è oppressione... lo so! evidentemente io chiedo troppo.
Ma come mai chiedo troppo: perchè sono richieste eccessive o perchè richiedono un studio al di sopra delle loro possibilità!??? E' difficile saperlo anche perchè la classe è un insieme disomogeneo. So che in questa scuola ho il doppio delle ore per classe, rispetto all'altra.
...e il programma è anche minore, quello di arte, poi c'è costume...
Quindi quasi il doppio della spiegazione, con meno mezzi però... è vero qui non c'è video proiettore e computer, almeno non tutte le lezioni, nell'altra scuola c'è da una settimana quindi anche questo motivo non regge.
Non ha senso chiedere solo il riconoscimento è una fatica inutile, ma se anche facendo violenza su me stessa , mi abbassassi a tanta stupidità, il commissario d'esame che non sono io, si accontenterebbe? ammettiamo di sì, sarebbe posssibile ricordarsi, col solo aiuto della memoria e non del ragionamento 50-60 opere?
Potrei farne meno? Venti? venti opere per conoscere 2 secoli d'arte?
No, questo sarebbe disonesto: non esiste essere pagata per 4 ore alla settimana e fare un programma così minimo.
Allora scartiamo le 20 opere che non sono dignitose. Come facciamo a insegnare 50-60 opere a 24 ragazze non studiose?
Io conosco solo un modo: bisogna insegnare loro ad usare il ragionamento. Ma non è possibile... No! da sola non posso farcela!
e secondo me il problema è proprio questo: queste ragazze non sanno fare dei ragionamenti complessi, non è stato loro insegnato a ragionare.
Se mi si permette tutti quei 6-7 in italiano e storia sono molto sospetti, anche per il fatto che ci sono ragazze che faticano a capire le consegne...
E io adesso, concretamente cosa posso fare?
Mi è capitato già diverse volte, anche lo scorso anno le 12 ragazze del turistico mi facevano letteralmente impazzire, ma questo era chiaramente una sfida: "nelle altre materie mi danno 6 anche se non studio e questa di arte cosa vuole adesso da me?" ma erano in quarta e hanno passato le prime settimane di quest'anno ad invocare il mio ritorno...
Perchè il problema è questo: quando si incomincia a ragionare non ci si accontenta più, i discorsi inconcludenti si riconoscono lontano un miglio...
A cosa serve la storia dell'arte? la domanda è mal posta, si dovrebbe chiedere a cosa serve la scuola? a capire come si ragiona: perchè ogni disciplina, ogni ambito, ha una sua metodologia.
quindi l'arte deve mettere la sua tesserina nel mosaico della crescita intellettuale.
Allora, a meno che non vengano suggerimenti, io continuerò così. Posso fare un aggiustamento però, posso aderire di,più al libro di testo per facilitare lo studio domestico.
Non posso nemmeno fare richieste meno vaste in quantità perchè all'esame porteranno tutto il programma, quindi nemmeno questo addattamento, alla fine, sarà a loro vantaggio.

lunedì 1 febbraio 2010

La didattica del "goccino" e la sua coda.

Cerco di capire e di essere solidale con tutti i miei studenti che sono afflitti da un qualsiasi disturbo... ma la noia non è un disturbo!
L'interrompere la lezione arreca un diverso tipo di disturbo...
Comunque la noia è lo spazio d'oro da riempire con i sogni, i progetti, è lo spazio della più estrema utopia.
I ragazzi di oggi sono, nella sostanza, identici a quelli di ieri, ma sono meno abituati a gestire la noia, hanno la mente "barocca" e professano l' "orror vacui"!
Cercano sempre l'impegno e sopiscono l'istinto basico. Per istinto basico intendo i bisogni corporali primari: fame, sete, pipi e..."la grossa".
Quando si allontanano dall'attività che li assorbe profondamente, qualunque essa sia, si riattiva l'istinto basico = (tradotto in termini scolastici) quando si interrompe la relazione -sia con aggeggi elettronici sia con esseri umani interressanti- e si siedono al banco si accorgono dei bisogni corporali.
Quindi non bisogna prendersela se salutano l'insegnante con un "posso uscire?", ne' arrabbiarsi per l'inevitabile "l'effetto filotto": come una ola si alzano 2-3-5 mani con la stessa richiesta. Così inizia la processione, uno entra e l'altro esce...
Non bisognerebbe prendersela, io invece non riesco a gestirla questa domanda. Anche perchè
"sei appena rientrato da 20 minuti di intervallo!" ma è chiaro che io vedo la questione dal mio punto di vista e loro dal loro!
Sono due punti di vista opposti.
So bene che, per vivere quell'intervallo, alcuni di loro sopportano 3 ore prima e 3 ore dopo: di noia, a volte di mortificante verifica, altre di sbadigliante attività poco stimolante il cervello... evidentemente sono ore in cui si esprimono al meglio gli stimoli basici.
Dal mio punto di vista non è così... ma è inutile dirlo.
Da alcuni anni, accantono per 5 minuti la mia amatissima Storia dell'arte, per spiegare la "Teoria del Goccino"(T.d.G.), con tanto di disegnino della vescica alla lavagna.

La "Teoria del Goccino" dice che: se tu vuoti la vescica -anche se non hai lo stimolo- per l'intervallo, questa potrà sicuramente contenere tutta la pipì che produci in 3 ore di lezione. Infatti, se tu senti lo stimolo, non vuole dire che la vescica sia piena fino all'orlo, ce ne sta un altro po'.
Annuncio importante
: la vescica, in quanto parte del corpo umano deve essere rispettata, ma non è lei che comanda, comandi tu!
Prima di effettuare una visita d'istruzione sarà indispensabile un attento ripasso con verifica sull'argomento, al fine di evitare crisi isteriche alla sottoscritta e all'incauta vittima...
Quando poi sono in classi femminili azzardo anche di più e illustro brevemente gli esercizi di Kegel, fondamentali per allenare il pavimento pelvico che, sarà strano, ma è un muscolo del corpo e non un relitto di soffitta della casa ellenistica!

La teoria, fondamentale per la corretta convivenza, ha una coda che è la seguente: se in classe si rispetta scrupolosamente la T.d.G. allorquando qualcuno dovesse manifestare una urgenza può, anzi, deve uscire con sollecitudine senza chiedere o aspettare il permesso. Ma questo sarà un evento tanto sporadico che la lezione s'interromperà e tutti resteranno sospesi in una tale preoccupazione che non potranno pensare ad altro fino al ritorno dell'infelice che dovrà raccontare con sobria competenza l'accaduto e ricondurci ad una serena disposizione d'animo adatta al conseguimento degli obiettivi specifici della lezione.

ahahaahahah

Se qualche ironico prof di scienza passasse di qua, non tarderebbe a confermare che questa non è una lezione di anatomia, ma di buona educazione!

(immagine: M.Duchamp, La fontana, 1917)

Palindromo

01-02-2010



C. Escher, Cielo e acqua I, 1938, xilografia

domenica 31 gennaio 2010

Dislessia & arte

La cosa più difficile da capire è che un dislessico ha un problema di decodifica di codici e non c'entra niente con la intelligenza...
Ho un bel da ripetermelo.
Poi c'è anche il fatto che la dislessia non è un malattia, non si guarisce.
Anche questo me lo ripeto da circa un anno.
Avrei avuto bisogno di parlare con mia nonna, e lei mi avrebbe guardato con gli occhi piccoli e annacquati dalla vecchiaia e dalla cataratta poi avrebbe detto "pchè murir" e basta!
"Peccato morire" perchè ce ne è sempre una da imparare, tutti i giorni.
Comunque bisogna che questo post io lo scriva perchè se no continuiamo a prenderci in giro.
Io scrivo perchè voglio vincere questa dislessia che ho scoperto solo poco tempo fa e che nella mia vita mi ha fatto tanto male e mi ha fatto tanto bene.
Ho scoperto di essere dislessica a 41 anni, non è passato un anno... quando è stata diagnosticata a mio figlio.
Non immaginavo di essere dislessica perchè la mia vicenda scolastica è abbastanza normale: un disastroso liceo, una faticosa, ma tutta mia, laurea in lettere moderne indirizzo filologico (e chissenefrega se ci ho messo 9 anni) e ho anche collaborato alla scrittura di una parte di un manuale di Storia dell'arte.
Così io l'ho saputo a 41 anni e mia madre a 71!
Qualcuno penserà che, a questo punto, non sia importante, invece lo è, eccome!
Perchè se mi metto a parlare con qualcuno che mi conosce da tanto tempo, compagne di scuola, di giochi, se mi metto a pensare alle umiliazioni e alle prese in giro di Covezzi (che insegnava italiano, ma non lo chiamo prof.) o di suor Lucia, che insegnava inglese a quelle brave, a me no perchè tanto non capivo niente (e non avevo i soldi per andare in Inghilterra d'estate), mi appare chiaro che queste cose hanno inciso profondamente in quello che sono e in quello che faccio oggi.
Adesso lo so che sono dislessica e probabilmente anche disgrafica, a giudicare dal fatto che all'università mi sono imposta di imparare a scrivere bene ricopiando gli appunti ogni giorno, e ho anche qualche problema coi numeri e le quantità, a giudicare dal fatto che non riesco proprio a visualizzare cifre alte o volumi, o riconoscere sinistra destra o tenere il ritmo...

Ho iniziato ad insegnare tardi, di questo ne parleremo un'altra volta, ma la prima cosa che ho capito è che la storia dell'arte è una disciplina fatta per i disturbi d'apprendimento! Sembra fatta apposta perchè è una mappa concettuale in se stessa.
Io non lo sapevo, a me piaceva e prendevo bei voti.
M'attraeva la simbologia, la complessità... racchiusa nell'immediatezza dell'immagine. Il concetto che, in un "disegno", ci fosse un discorso, mi ha sempre fatto impazzire, perchè ha il fascino della caccia al tesoro che valica i confini del tempo e dello spazio; è un enigma gentile che ti conquista mentre lo mediti e ti affascina mentre lo risolvi.
Soprattutto l'opera d'arte è una compagnia generosa, che si lascia maltrattare, che non si vendica se la interpreti male, ma si mette lì, in silenzio, a consolare il tuo bisogno di bellezza. A volte ci prova a insinuarti il dubbio, ma poi si accontenta di un'occhiata ogni tanto e non protesta, nemmeno quando la dimentichi. A dire il vero non sparisce del tutto, la lasci in fondo, sepolta d'altro, ma basta imbatterti casualmente in lei, perchè subito si manifesta l'idea di conoscerla, come un compagno d'asilo.
Ecco mi sono persa di nuovo...
Comunque il fatto è che, da dislessica, sono arrivata fino a qui, a impormi di scrivere per continuare a riflettere, magari a migliorare, o, per lo meno a non perdere quello che mi è stato insegnato, che ho imparato sulla scrittura.
Soprattutto quello che mi ha pazientemente insegnato Simona, mentre tentava di decodificare i miei pensieri involuti e confusi, di trasformarli in frasi intelligibili, da spedire all'editor durante la stesure del manuale.
Quella del manuale non è stata una cosa facile: anche perchè la fatica della scritturea era accompagnata dalla rabbia che si sedimenta nei banchi di scuola quella che, se non si rimuove, rimane e s'incancrenisce.
Quanto male fa il prof che dall'alto del suo sapere, convince l'allievo dell'incapacità? Può essere innocente, può essere superficiale in quest'azione di devastazine dell'autostima?
Scrivere per me significa fare i conti: prima di tutto con quell'antica rabbia della studentessa che -piena di idee, anche originali e degne di essere esposte- veniva sempre sanzionata perchè non riusciva a maneggiare il mezzo, poi con la frustrazione dell'università che mi ha costretta -con un banale inganno- ad evitare l'ennesima bocciatura allo scritto di italiano all'università (dopo 4 o 5 tentativi) e ha accettato un voto basso all'orale.
Quindi non c'è nulla da imparare in quello che scrivo, ne' penso siano cose intelligenti, sono solo una prova di scrittura, prima di tutto per convincermi che posso scrivere (e che incapace era chi mi insegnava a credermi tale) poi per potenziare e mantenere ciò che i quintali di libri che continuo a leggere, non riescono a trasmettermi: la punteggiatura, la facilità di scrittura, la consecutio dei verbi, il pensiero piano...
(immagini: Pablo Picasso Ritratto di Ambroise Vollard , 1909-1910, olio su tela, cm 92 x 65, Museo Puškin di Mosca. Marc Chagall, La Promenade, 1917-1918 - olio su tela, cm 170 x 163.5, State Russian Museum, St.Petersburg)

post di servizio








IMMAGINE DEL COMPITO
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2.Questa opera contiene caratteristiche palesi che ne facilitano la tua attribuzione:
a. descrivi attentamente il tema e prova ad azzardare un titolo (motiva con opere studiate la scelta)
b. avanza e motiva l'attribuzione di un autore (quale ragionamento ti ha portato a prendere una simile decisione)
c. inserisci l'opera in movimento artistico evidenziando BENE i motivi e le caratteristiche.
    d. definisci bene i caratteri stilistici e avvia paralleli con opere

sabato 30 gennaio 2010

Ridere a scuola

Ci sono molte cose che le persone serie, cioè quelle che hanno deciso di fare un mestiere vero, si perdono!
Oooooh certo anche quelli che hanno deciso di "rimanere a scuola" si perdono molto, ad esempio una bella vacanza in Grecia a fine maggio, la fioritura delle zagare in Sicila ad Aprile, la settimana bianca con i prezzi bassi e le piste da sci vuote...
Però, in casa mia, è così:  nessuno lavora e al mattino tutti si va a scuola!
A scuola c'è un sacco di gente e di solito c'è anche una bella allegria che si moltiplica a mano a mano che ci si allontana dalla sala insegnanti e dalla segreteria.
A scuola capita sempre qualcosa d'interessante e a volte si ride, ma proprio tanto!!!!!!!
Si ride per i motivi più diversi a volte solo perchè si è contenti e questo è sconsigliato, criticabile, perchè la scuola è un posto serio, dove si studia, dove si conserva e tramanda il sapere.
A me, questo sembra un buon motivo per sorridere e visto che io a scuola ci sto bene, le belle volte che rido... e proprio di cuore, anzi sghignazzo proprio.
Si dice che durante un cambio d'ora, mi si abbia visto ballare per le scale cantando "Baciami ancora" di Jovanotti, o che al Paradisi -nuova sede, pavimenti lucidi da specchiarsi- preferissi raggiungere la classe in scivolata. Io non ricordo assolutamente, però prima di smentire, dichiaro che trovo entrambe le ilazioni .. plausibili, se non addirittura probabili.
Penso che stare con tutta questa gente sia una esperienza interessante, che tende a diventare entusiasmante in quelle giornate dove tutto funziona, quando ognuno dà il meglio di sè.
... il che non è uguale a dire: "quando tutti studiano e sono disciplinati", ma piuttosto "quando tutti si sentono accolti, accettati" e regalano agli altri il loro lato migliore.

Le giornate peggiori sono quelle che precedono il "giudizio universale", quando ci si prepara alla separazione dei buoni e dei cattivi... ecco se potessi stare a casa lo farei volentieri, ma non si può.
Cosa succede a fine quadrimestre? Una successione esasperante e inutile di verfiche e interrogazioni a rotta di collo. Il risultato è sempre lo stesso, con le dovute eccezioni: se lo studente ha sempre studiato, il risultato è buono -ma lo sapevamo già- sono mesi che inanella lodi, elogi, domande intelligenti, voti positivi! Se, invece, lo studente non ha mai studiato anche questa sua ultima performance sarà, ahimè, negativa e anzi peggiore delle altre: per lo studio disorganizzato, per le nozioni non sedimentate, per la preparazione affrettata e a questo si unirà, per l'occasione, uno stato d'animo negativo dovuto alla stanchezza, all'ansia, alla consapevole disperazione, alla paura del risultato negativo.
Però la categoria "studenti bravi e studenti insufficienti" comprende pochissimi nomi, infatti, la "normalità" sta nella categoria "abbastanza bene e qualche volta male". Qui c'è la maggioranza.
Ecco questa è la categoria vivace cioè quella che si muove tra gli scalini della scala docimologica, esplora l'atteggiamento infuriato del genitore, si pregia del complimento del prof, sa cosa vuole dire sopportare l'onta del 2 e passare la notte a recuperarlo. costoro sono quelli esperti, che la scuola la sperimentano appieno senza privarsi dei piaceri della vita.
Ecco, lo so non dovrei esprimermi ma lo dico "scorrettamente", questi sono i migliori, indubbiamente!
Sono quelli che si permettono di dirti con la massima serietà che Il monaco in riva al mare è uno di Monaco di Baviera, lasciandoti sbalordita per un secondo, poi in preda al più delirante sghignazzo della giornata, per poi incastrarti in un ragionamento allucinante "va beh in fondo è romanticismo tedesco: poteva starci che fosse uno di Monaco...". ( Cosa è che ti fa provare, una dopo l'altra, le più estreme emozioni? L'arte!)
Questi sono quelli che, quando fai fare un ragiornamento sul tema mitologico nell'Ottocento e incautamente proponi Saturno che divora i suoi figli di Goya e La nascita di Venere di Cabanel, alzano la mano. "Dunque hai trovato un parallelo tra Saturno e la Venere? Dimmi..."
"l'orbita, è abbastanza parallela prof..."
Lo so avrei dovuto dargli un 2 , ma perchè? Goya e Cabanel rimangono quel che sono e una risata intelligente non toglie il sapere, anzi, aggiunge buon umore!

La prova dell'arte

Ero davvero spinta dalle migliori intenzioni!
Le consegne date, le opere spiegate, persino la visita d'istruzione agli Uffizi, il sito internet con immagini e dispense, alcune interrogazioni dove si era avuto il modo di puntualizzare...
Cosa mancava? Io li ador(av)o, loro mi apprezza(va)no... Mancava solo alleviare la tensione. Allora azzardo, preparo il compito "smorza tensione"...
Il compito vero, fotocopie da schifo... va beh proietto le immagini a colori e per chi preferisce ho anche qualche copia a colori, l'ho fatta a casa.
Il compito doveva essere una cosa da soddisfazione: di quelli che, quando lo hai fatto, sei al settimo cielo e se ti compare Daverio su Rai3 lo guardi con un misto di interesse e sufficienza:cioè tu hai attribuito e criticato 3 o 4 opere mai viste prima!
Un'endovena di autostima da cavallo!
Quindi tutto pronto, sono tesa anche io come sempre, ma durante l'intervallo devo ultimare l'interno del "ghetto", poi mi dicono le ultime novità del viaggio a Berlino, suona la campana e sono ancora lì nell'atrio. La classe invece è davanti all'aula e da qui improvvisano un coro "Prooooffff"
Saluto, entro e distribuisco il primo compito.
Avrei dovuto capirlo che non poteva funzionare:
Verifica di storia dell'arte

  • Cosa rappresenta la figura 10?
  • Metti a confronto la figura 3 con la figura 2.
  • Calcola quanti metri quadrati di tela ha fatto Caravaggio nella sua vita?
  • Considerando la pittura di Carracci e di Caravaggio, quanti, cani, quante capre, e quante mele sono raffigurate.Perchè?
  • Quanti km devi fare per visitare i luoghi dove sono collocate le opere che la prof ha spiegato dei Carracci e di Caravaggio?
  • Quante sono le opere di Caravaggio e dei Carracci che sono rimaste nel luogo di destinazione.
  • Adesso considera i minuti che hai perso e scrivi cosa pensi di te...
  • Non scrivere cosa pensi di me, e vai a prendere il foglio vero del compito. grazie

Ci hanno messo troppo ad arrivare in fondo qualcuno ha semplicemente scritto il nome ... non funziona una cosa così... dai!!!!

Ok finalmente si sente "è uno scherzo", lo guardo riconoscente e poi ho distribuisco il compito vero.

Lo guardano e, dopo meno di un secondo, iniziano a dire che non lo sanno fare, qualcuno addiritura consegna senza avere neppure guardato la seconda parte...

Chiedo che è successo: non hanno studiato la dispensa, NON HANNO STUDIATO LA DISPENSA? Perchè... mah, non si capisce... Sì, no, forse, io l'ho studiata ma non questa opera, no...

Non so, penso che sia colpa del fatto che l'aula e il video sia arrivata tardi, sicuramente loro hanno sottovalutato la materia, non mi hanno ascoltato, boh... ma io l'ho ripetuto 1000 volte, le dispense, le immagini...

Ma l'errore vero l'ho fatto dopo, quando ho distribuito la seconda parte e ho concesso loro: "fatelo a casa"... Me ne pentirò...

Poi ho continuato a spiegare, ma oggi è il giorno del non-ritorno!


mercoledì 27 gennaio 2010

26 gennaio L'arte del Ghetto.

Ok ci siamo. Sono le 13 e 45, suona l'ultima campana e tutto va bene...
mancano solo i pannelli e le immagini... praticamente manca tutto quello che è la struttura della mostra.
Va beh dai ma cosa c'entra???? Ci sono le idee, le menti, la voglia di lavorare!
Poi oggi è il mio compleanno! Dopo 4 ore di: torta + interrogazione, interrogazione, lezione più torte, pasticcini +lezione, sono carica ma davvero carica!
Dobbiamo ancora riprenderci dall'ultima trovata del direttore che... ooohhh sono arrivati i pannelli espositori!
Grande!
Perfetto iniziamo a montare, cominciamo a confrontarci.
Valentina e Maya, pur spaventate dagli espositori che ogni tanto cadono fragorosamente a terra, stanno concretizzando la geniale idea della prof. Notarangelo: scrivere sulla carta da pacco giallina le offese che, secondo le testimonianze venivano rivolte agli ebrei. Questa idea è piaciuta moltissimo alle monelle si stanno facendo una cultura internazionale, infatti la mitica prof. Pini le ha tradotte in 3 lingue (spagnolo, inglese e tedesco).
L'dea del poligono irregolare, con un concetto di dentro separato dal fuori, viene accolta e realizzata, arricchita.
Arriva Vittoria che, dopo una esitazione, inizia a lavorare a testa bassa rivelando una grande capacità manuale.
Valentina deve lasciarci ma ha fatto un ottimo lavoro!
Battute sagaci, minacce di chiudermi dentro al "ghetto", idee che sembrano geniali ma poi vengono accantonate, timide proposte che diventano geniali... a poco, a poco le idee diventano struttura, diventano esposizione...
Arrivano le stampe quando ormai cominciavamo a disperare. Provvidenzialmente il tipografo ha fraiteso e ne ha fatte 2 copie, così possiamo mettere le immagini degli ebrei dentro al ghetto e lasciarne altre fuori ma "nascoste" dietro ad un foglio "da lucido" che sopra ha una "parolaccia".
Il percorso della mostra è sostanzialmente il seguente: c'è una bellissima parte da leggere che, ogni tanto, è interrotta da "scritte offensive", ci sono immagini ma non si capiscono, per capirle devi alzare il foglio e togliere la scritta, cioè non devi accontentarti di guardare devi togliere il "pregiudizio-quello che gli altri dicono". I pannelli espositivi che chiariscono storicamente il concetto e l'evoluzione del ghetto sono snelli e ben coadiuvati da immagini significative. Ci sono testimonianza e immagini che spingono a meditare sulla costatazione che anche il nostro quotidiano ha costruito i ghetti eha ghettizzato uomini
C'è una porta con 3 buchi a forma di stella di Davide: se ti avvicini, se guardi dentro alla stella, scopri un"mondo" piccolo, disadorno, squallido pieno di scritte e con qualche immagine, sono le immagini degli ebrei, ma non solo, anche degli uomini "scarnificati" di Schiele. Se poi stai bene attento ti rendi conto che non vedi tutto...
Ma per guardare, per conoscere tutto il ghetto, lo capisci subito devi fare il giro del muro.
Ma, diciamoci la verità: hai tempo? hai voglia? ne vale la pena?
Che noia questo muro, che fastidio questo muro, è ingombrante, é anche impietoso, pieno di spazi bianchi, che non sono proprio bianchi... non sono decorosi...
Sono piccole pause per pensare... sono le pagine di quella storia che non si è fatta, di quella letteratura mai scritta, di quell'arte che non ci è arrivata, perchè quando s'interrompe il dialogo , quando si alzano muri e si chiudono le porte dei ghetti, si diventa più poveri.
Sono pagine che le classi riempiranno perchè faranno riflessioni a partire dai libri, a partire dalla mostra.
Ma mettiamo che si compia il giro e ci si lasci provocare dalle liriche di Levi e di Sofri e mettiamo che si sopporti di continuare il percorso senza trovare nulla di rassicurante e si giunga fino a quella strana finestra con tre feritoie... Allora si avrà un'altro punto di vista del ghetto e si noterà che per terra c'è qualcosa che parla di morte.
Il ghetto, il dentro del ghetto, non si vede tutto, ci sono due punti, due angoli che non si vedono...
chi sta fuori, anche se si sforza, non riesce a com-prendere con la vista. Al massimo si accorge che c'è del rosso, rosso come la sagoma sul pavimento. Qualcosa sfugge, certo che sfugge, se non entri non devi essere certo di aver capito fino in fondo, ma bisogna spesso accontentarsi di restare umilmente in attesa di una conoscenza diretta e senza preclusioni. In fondo l'uomo non è degno di rispetto perchè è comprensibile, ma perchè condivide la natura umana, lo spazio del mondo, l'esperienza del vivere il dolore, la nascita e la morte!

lunedì 25 gennaio 2010

25 gennaio L'arte nel ghetto

Farsi venire un'idea è sempre un dramma... Già!
Perchè, se devo fare una cosa in autonomia, è chiaro che l'ispirazione si realizza su qualcosa che ho già meditato, che ho, in qualche modo, riflettuto.
Ma una idea su commissione è sempre uno strazio...
Inserire l'arte nella riflessione sul "ghetto" si tratta, invece, di dare un volto ad idee proposte da altri ed elaborate insieme.
Sto parlando del "Ghetto nell'arte", di come si può conciliare questa antitesi di chiusura, di persone tra gli alti muri dei ghetti e la libertà creativa dell'arte...
Tra 2 giorni è la Giornata della Memoria che ha una rinomata tradizione nella scuola dove insegno ed io sono ancora qui a fare filosofia spicciola.
Alla fine ho prodotto, ma l'idea è arrivata ieri...! e non è una idea geniale, certo se mi veniva prima...
Ma non c'è niente da fare: prima, quando c'è tempo, il cervello non produce, si muove a tentoni, sembra in preda ad una reticenza dopo l'altra, ad un pudore inspiegabile, si fa mille remore, ne escono solo obbiezioni... Fino a che, quando ormai è tardi, arriva una idea che sembra funzionare. Allora tutto si sistema, i dubbi si allontanano assieme alle obiezioni, e si portan via la calma.
Ormai si lavora tra gli scarti che la precedente selezione aveva lasciato nell'angolo della mente.

Da dove viene l'idea? Sono sicura che non viene da me, ma dal fatto che ho fatto mie le cose dette, le esperienza fatte, i concetti studiati, le proposte suggerite da altri e inizialmente non capite o quelle considerate inizialmente non realizzabili, non pertinenti.
Questo è l'aspetto qualificante della equipe di lavoro, delle idee condivise, dei titoli di libri o di flim suggeriti, dei ragionamenti accennati ...questa è la meraviglia di imparare ad insegnare...

Quindi che si farà?... mah! domani pomeriggio si aprirà il laboratorio di idee e metteremo insieme i primi prodotti dei lavori, metteremo insieme le idee e soprattutto produrremmo un percorso.
Comunque la mia idea sarebbe la seguente:
gli espositori vengono messi a formare un poligono irregolare
All'esterno del poligono gli espositori sono rivestiti con un colore unico bianco o grigio e qui viene messo il percorso introduttivo edesplicativo che dice cosa è, come è nato il ghetto, dove erano e come erano alcuni i ghetti più significativi, le testimonianze testimoni, le leggi...
All'interno del poligono gli espositori vengono rivestiti di carta da pacco e qui si mettono le immagini di ebrei di Chagall e di altri artisti...
Non so se si potrà fare...

sabato 23 gennaio 2010

l'arte della frustrazione.

Il rapporto tra me ed Irene non è mai stato idilliaco, nemmeno all'inizio quando prendeva 10 e mi seguiva con grande interesse, però ad un certo punto è degenerato. Una penosa acredine... di quelle ruggini peggiorate dall'inutile ciarlare gallinesco che le donne, quando danno il peggio di sé, riescono a creare... nulla di cui vantarsi anche perchè una delle galline ero io in veste di permalosa-prof...
Finito l'anno l'avevo lasciata senza alcun rimpianto. Anzi ricordo che ero proprio fuggita dal liceo, dal suo ottuso e servile preside, da Irene e dalla sua classe di spocchiose liceali...con un paio di eccezioni che si erano fatte largo nel mio cuore.
Da allora non ho più rimesso piede in quella classe nemmeno quando la necessità mi ha costretto a varcare la soglia dell'istituto.
Poi, sulle pagine di FB, ho reincontrato Irene, altre sue compagne e altri frequentatori di quel liceo di provincia.
La foto non le assomiglia, e nemmeno le sue parole mi ricordano l'Irene liceale... solo una traccia nelle sue boutade pessimistiche.
Pochi contatti, pochi commenti, quasi tutti attraverso Micetta: stesso liceo, altra classe, altra studentessa sconosciuta ai tempi in cui insegnavo anche ad Irene. Micetta infatti era molto timida e, in quella classe, chiassosa e impermeabile anzi repellente alla passione artistica, sicuramente non si era fatta notare, anzi!... Però nella piazza virtuale si faceva notare eccome!
Qualche giorno fa Irene mi contatta per farmi i complimenti riguardo il blog, la invito a scrivere le sue impressioni...
Dal commento al post si arriva alla chat e mi si prospetta un adrammatica revisione di quell'anno scolastico così difficile, così impegnativo e frustrante.
Proffarte: Il blog è però un'esperienza frustrante sembra di scrivere “a vuoto”. Ed è dura, soprattutto per chi non sa scrivere come me. Infatti il blog è una esercitazione-sfida. Anche un mettermi alla berlina, sto continuando a misurarmi col limite, a prendermi in giro... però mi sembra di parlare a nessuno...
Irene: so cosa significa, ho 3 blog che sono praticamente morti. hihi. (non so se darle del lei o meno, quindi nel dubbio le do del lei come ad ogni prof!")
Io credo che i suoi post siano dei capolavori invece.
Proffarte: Adesso devo scrivere un po' di scemenze perchè Rembrandt ha steso qualche temerario... Dammi del tu, c'è una scadenza ad essere prof. ed io sono scaduta. Quindi sentiti libera di darmi del tu; puoi arrivare fino all'insulto...credo sia molto liberatorio.
Irene: ahhah. non credo. Io do del lei anche alle mie maestre delle elementari.
Comunque, ad essere sincera ho un rimpianto...
Proffarte: Rimpianti??? sono molto umani, sono il segno che poi si riflette e se si riflette senza cambiare è inutile.. ma che rimpianto hai?
Irene: si, infatti. Ho il rimpianto di non averla conosciuta quando era nostra prof
Proffarte: eeeheheheh???
Irene: già
Proffarte: che bello!
Irene: ora posso dirlo e nessuno potrà darmi della ruffiana... (dato che due anni fa mi son sentita dare della ruffiana parecchie volte)
Proffarte: siamo in famiglia allora! Nel senso che anche a me succede sempre, con gli studenti... Li conosco sempre tardi... nel tuo caso però è colpa dell'infame orario del liceo: a me non è mai piaciuto insegnare al classico, non per i ragazzi... ma per l'orario, con un'ora la settimana cosa vuoi fare? Mi sentivo una postina!
Irene: -.-
Proffarte: Ruffiana!?! Ma ti sei presa anche di peggio!?! ahahahah
Irene: si è vero, molto di peggio! Credo di essere una calamita per le polemiche e gli insulti =S
Comunque adoro il blog e come è scritto, finalmente si conosce cosa c'è nella testa di un professore
Proffarte: grazie è un complimento bellissimo.
Scusa, ho una cosa urgente da chiederti
Irene: si?
Proffarte: perchè ci siamo odiate? non mi ricordo più? non mi ricordo la vicenda ma so che ero parecchio arrabbiata e che era successo qualcosa in un consiglio di Classe, mi hai detto qualcosa come rappresentante di classe...
risolviamola così poi...
Irene: io non l'ho mai odiata o.o
Comunque la discussione era nata dal fatto che io avevo accidentalmente fatto cenno allo smarrimento dei registri
Proffarte: no, dai non era per quello? Ricordo la questione dei registri, ma non li avevo persi... erano andati dietro alla cassettiera, perchè il casetto era pienissimo, ma l'ho recuperato subito...c'era anche dell'altro dai???
Irene : eh, sì che io ero la portavoce e in classe mi avevano detto di farle notare che lei dava troppo da studiare. Infatti quell'anno ho litigato con Silvia, Livia e Sonia che insistevano sempre per questo.
Proffarte: quindi erano le tre Marie, le serpi?!?
No dai Livia no, non togliermi il mito???
Irene: si, e qualcun'altra...
Proffarte: dai spara!.. ormai... Illuminami, dimmi quanto è scarsa la mia capacità di entrare in empatia, dimmi come ho frainteso tutto... Dai ... sii crudele!
Irene: beh la Ferri
Proffarte: la Ferri... nome?
Irene: Susanna! Lei è la numero uno delle serpi!
Proffarte: La Ferri, ahhh ricordo , certo Susanna!!!
Ehhhhhhhhhh? Ma no !!! dai.. dici davvero? Ma non era lei la figlia di una prof?
Irene: esatto, la prof di matematica di mio cugino...
Proffarte: no dai... Sua madre... ah! ok.. infatti ci sta!
Irene: le persone, apparentemente, possono sembrare molto diverse da quello che sono.
Proffarte: volevo dirti una cosa che forse non ti ho mai detto, e se anche te l'ho detto, adesso ha un altro significato...
Irene: Dica..
Proffarte: Odio insegnare al classico!
Irene: ahaha xD
Proffarte: ma non per i colleghi, l'orario, le robe..... no, per i ragazzi! Sono falsi come Giuda Iscariota
Irene: ahahahhahaha. XD Beh non tutti ovviamente, la maggior parte si!
Proffarte: Ma non è una cosa strana dal momento che, al classico, vanno i figli dei falsi...! Il patrono degli studenti del classico è Giuda Iscariota... Adesso la smetto!
e adesso l'ammetto: le prof di arte, al classico, sono delle frustrate!
Irene: ahahhahahahahaaha XD
Proffarte: Comunque ho avuto anche io le mie colpe. Non si può fare la "prima donna" con un'ora di tempo: la passione ha bisogno di tempo! In un ora puoi solo infilzare con violenza le nozioni in zucche vuote, sempre che ne esista qualcuna... (io penso di no)
Però a me non importa delle nozioni se non sono sostenute dalla passione...
Irene: ahahhaha ma no!? Perchè?? A me piacevano le sue lezioni, mi ricordo perfettamente la prima volta che è entrata in classe...
Proffarte: ahahah certo, la prima lezione è la mia specialità. Capirai faccio la "prima lezione" almeno 3-4 volte tutti gli anni. Quell'anno famoso probabilmente era la 9 o 10 volta... Ma non ci hai creduto, vero? Era finzione: tutto studiato a tavolino. Solo che al classico, tutto si inasprisce, tutto si estremizza, con un ora alla settimana. Nella classe di Micetta, quando entravo a fare lezione, attaccavo alla porta il cartello che diceva circa così "vietato bussare o entrare, ho solo questa ora!"

Irene: ahahahahah è vero! e quella volta che ha mandato via quella prof che era entrata per sapere della gita a Roma? Si era arrabbiata tantissimo.
Proffarte: sìsì è vero! ma cosa vuoi che capisca una prof di latino e italiano? Come minimo ha tra le 5 e le 12 ore la settimana tra italiano, storia, geografia, latino e poi si azzarda a chiedere ore agli altri perchè deve interrogare, deve fare il tema... Ma sai, cosa vuoi? ha un programma infinito! E' sì certo 800 anni di letteratura italiana sono impegnativi! Mentre i 5000 anni di arte mondiale sono una bazzecola!

Irene: ahahahahah. Ma poi avete chiarito? Siete andate insieme in gita?

Proffarte: non ricordo se le ho più parlato. Ma di sicuro non è venuta in gita! Ed è stato un bene così sono andata con il prof Paesi, il cantante, che era sicuramente più simpatico di quella ...

Irene: Non che ci voglia molto...

Proffarte: posso mettere sul blog questa nostra conversazione
Irene: ahahhaha certo
Proffarte: maaa?... stavo pensando ... alle tre Marie... per la privacy ...mi ricorderesti anche i cognomi?????
Irene: ahhahahahaha XD

(Immagine: Tiziano, Allegoria della Prudenza, 1565, olio su tela, cm 76x68, Londra, National Gallery)

martedì 19 gennaio 2010

una rivolta creativa: Rembrandt (3 ed ultima parte)

Il dipinto che ci dimostra fin dove arriva la creazione di Rembrandt è una tavola piccola, piccola, che si trova oggi in un museo meraviglioso di Parigi (Musée Jacquemart-André). In quest’opera Rembrandt fa il suo atto di fede.. non solo nella pittura ma anche in noi, in noi che osserviamo il dipinto.

Qui si compie l’atto più moderno del Maestro: se raffigurare significa “mettere in luce” quante possibilità abbiamo di rappresentare?
Esiste la possibilità di raffigurare la materia-caos-oscuro che non è ancora emerso alla luce. C’è un’altra possibilità? forse sì...se materia non fosse affidata alla funzione visiva, o almeno non solo affidata agli occhi...
Ecco, qui è espressa questa seconda possibilità, ma il gioco è più complesso.
Qui il tema e lo stile sono uniti tanto intrinsecamente che non è possibile distinguerli.
Il tema è l’incapacità dei due discepoli di Emmaus di riconoscere il loro Maestro. L'episodio del Vangelo racconta che questi due non riconobbero Gesù nonstante fosse davanti a loro, camminasse con loro, parlasse loro. Il motivo è semplice: era morto in croce due giorni prima, come poteva essere lì insieme a loro?
Improvvisamente, mentre cenavano nella osteria, una luce squarcia la stanza.. La luce non investe Gesù, che rimane in ombra, ma il suo profilo è preciso ed dettagliato. Investe invece uno dei due discepoli che finalmente raggiunto dalla luce-illuminazione divina riconosce, non attraverso i sensi, non con gli occhi, ma con la fede, Cristo Risorto. E anche noi dobbiamo fare la “stessa” esperienza perché qui manca qualcosa e in questo elemento mancante c'è l'invito di Rembrandt che dice “adesso tocca a te!”
Ma ti sei montato la testa Rembrandt? Sei impazzito ? chi ti credi di essere?
“Eheh”, qualcuno sogghigna...
E’ vero l’ho detto io... era l’assioma...
Non serve spremersi le meningi, non è un rebus, tutti sanno che i discepoli di Emmaus sono due e noi ne vediamo -con gli occhi- solo uno. Dell’altro, che sbalordito si è gettato ai piedi di Gesù, rimane un contorno di capelli sul tovagliolo. Questo è fatto solo di materia-caos-non-luce e noi non lo “vediamo” ma, attraverso la mente, cioè la conoscenza, sappiamo che c’è...
E dopo... è arrivato Picasso!

una rivolta creativa Rembrandt (2 parte)

La luce: Rembrandt non la raffigura, la crea! ... con la polvere del pigmento e, come il Dio di Michelangelo, la divide dalle tenebre e allora “tutto” emerge.
Quella del Maestro non è la luce che noi vediamo: la luce è invece il mezzo che ci permette di vedere la creazione, il creato... il dipinto che emerge dal caos-materia-oscura.
Se osserviamol'Autoritratto del '56 capiamo il valore che la luce ha per Rembrandt. E’ il valore della visione, la magia che crea e ordina la materia.
Proprio attraverso l’autoritratto possiamo avviare altre due considerazioni basilari:
1. la creazione di Rembrandt non è solo relativa al corpo ma è anche di “verità ... anima e cervello ” (e vai con le citazioni colte “Serenata rap” di Jovanotti) e ci torniamo sopra dopo
2. Rembrandt è il primo pittore che si libera, e non ci credo che lo faccia inconsapevolmente, del peso della bellezza ideale. Proprio perché a Roma non c’è stato, proprio perché -se mi permettete- a lui, del classico, non gliene frega! E allora si sofferma sulla somiglianza, sul naso a patata, sulle rughe ovunque, ma soprattutto sotto agli occhi che guardano profondi e consapevoli quel modello. Come si osserva, come si guarda, come si analizza spietato: si ricrea col colore ed emerge alla luce senza la lusinga della celebrazione. Ecco, se dovessimo fare l’elenco dei pittori che guardava Rembrandt, Rubens non c’è, sembra che lo schifasse proprio (non tutto: aveva comperato una sua opera ed era andato ad abitare in una sua casa), troppa invenzione, troppa carne, troppa approssimazione... troppo chiassoso!

Rembrandt rappresenta anche il silenzio della creazione: da vero protestante, ha una religiosità meditata e legata al Libro, come creatore non riproduce immagini ma da vita a sentimenti emozioni cioè ricrea ciò che è Umanità -o meglio- quel bagliore di divino che si è insinuato nell’anima del creato.
In Sansone e Dalila del '29 è raffigurato, non tanto l’evento del taglio dei capelli, ma l’amore tra i due: è un amore vero, passionale, sensuale, erotico. Un amore che davvero ci turba perché Rembrandt ha deciso di non illustrare il passo biblico e nemmeno un sermone che spiega la sua morale... No questo è il film che si è fatto Rembrandt che di donne, a quanto pare, "ci sapeva". Chiaramente si è chiesto: “come era ridotto ‘sto Sansone per farsi tagliare i capelli e diventare una nuffia?”(Poi si è risposto) “Era perso, si era preso una di quelle sbandate, che la metà bastava, per quella ...bella ragazza della Dalila, che ci stava, eccome se ci stava...”
Guarda lì che posa: la faccia di Sansone tuffata tra le cosce... da paura! altro che capelli, la testa poteva mozzargli! Altro che Bibbia, il Kamasutra!
Però Dalila non è mica “una di quelle”, da come tiene i capelli si vede che le dispiace... accarezza i ricci con le punta delle dita e appare proprio che non è cattiva del tutto: è un po’ cattiva e un po’ buona. E’ Eva!
Ma quanto silenzio! Il soldato è lì dietro che cammina in punta di piedi e Dalila sta trattenendo il respiro... se le forbici cigolano... siamo fregati e si deve ricominciare da capo con tutta la Storia della Salvezza!!!

una rivolta creativa: Rembrandt (1 parte)

(questa lezione, divisa in tre parti, costituisce un regalo che feci un anno e mezzo fa ad una paziente editor che ebbe la sventura di imbattersi in me... Con un sorriso ricordo questo stressante ma fertilissimo periodo)
Oggi iniziamo Rembrandt.
...
...
La prima cosa da dire è che costui ha un nome stranissimo: Rembrandt è infatti il nome di battesimo come Tiziano, Michelangelo e Raffaello (non come Caravaggio).
Il suo nome completo è tanto lungo che occupa quasi una riga e questo è un problema grosso ma se non ve lo spiego voi vi chiederete tutta la vita “ma costui come si chiama di nome?" (perché il vostro punto di riferimento è Rubens, Bernini, Da Cortona: tutti cognomi).
Visto che in questo momento siamo in piena rivolta creativa ve lo scrivo tutto bene: Rembrandt Harmenszoon van Rijn, cioè Rembrandt, che era un nome strano anche nel suo tempo. Si vede che il babbo di Rembrandt ha fatto la stessa scelta che ho fatto io. che ho chiamato Abramo il mio primogenito, così quando lo chiamava si sapeva chi voleva: lo sapeva lui e lo sapeva tutto il quartiere. Vuoi mettere la differenza? “Pietro Paolo (questo è il babbo di Rubens) vieni a mettere a posto i colori!!”; dieci ragazzini lasciavano palla, corda, soldatini in piazza e correvano a casa. Poi quasi tutti se ne uscivano di nuovo perché i colori non ce li avevano nemmeno! Solo quello di casa Rubens era il Pietro Paolo interessato.
Harmen è il babbo, che dà il nome originale, e di mestiere fa il mugnaio! Harmenszoon significa quindi il figlio di Harmen. Questo uso, di chiamarsi col nome del padre, lo troviamo ancora oggi in molti paesi (... discussione)
Poi c’è il cognome... "c’è da spiegare anche il cognome?" Nelle rivolte creative si spiega anche il cognome!
Perché tanto è particolare il nome tanto banale è il cognome: Rijn è il nome del fiume Reno in olandese.
Essendo figlio di un mugnaio Rembrandt non solo si chiamava “del Reno” di cognome ma anche abitava sulla sponda di uno degli innumerevoli bracci del Reno il che equivaleva, nel Seicento, ad abitare sull’autostrada del Sole o dentro all’aereoporto di Fiumicino. Il Reno, come gli altri fiumi navigabili erano la più grande strada di navigazione, via di trasporto merce, di trasporto persone, forza motrice... e cosa fa il nostro figlio di Harmen "del Reno"? Non si muove dall’Olanda per tutta la vita!
E allora cosa ce ne facciamo di un figlio di mugnaio (senza nemmeno un gatto per entrare nella favola) che ha il nome più strano del mondo e il cognome più convenzionale d’Europa, che da Leida, dove nasce e cresce, si sposta solo una volta per continuare, fino alla morte, ad abitare ad Amsterdam?
Aspettiamo, come sempre, a dare giudizi, sentiamo cosa dice un brillante critico d’arte: “Rembrandt è il più grande creatore… dopo Dio.”
Calma, calma... lo so, i gusti personali, le esagerazioni dei critici... ok.
Ma facciamo finta che questo sia il nostro punto di partenza: l’assioma che serve per costruire la nostra teoria. Se non sembrerà convincente la distruggiamo tutta.
Analizziamo quindi il nostro assioma: Rembrandt è un creatore, il migliore dopo dio.
Beh per prima cosa ci viene in mente il fatto che nessuno ha detto questa cosa di Michelangelo, che con Dio pare essere in confidenza tanto che è l’unico che di Dio ci fa vedere il “sedere” e sappiamo per certo che Dio non se l’è presa per niente...
Se degli altri pittori è sempre fondamentale analizzare la loro formazione e le influenze che seguirono, per Rembrandt questa analisi non vale più.
Rembrandt spiazza e lo fa perché ci rendiamo conto che lo spieghiamo attraverso Turner, attraverso gli impressionisti e questa cosa non va bene non è scientifica. Potremmo capirci di più se avesse visto Tiziano, le sue ultime opere, almeno per "foto"! Ma li, a Leida-Amstredam... aveva a disposizione una roba tutta diversa, Van Dick, Rubens, Franz Hals, Durer. Ma non ce ne facciamo di niente per spiegare quello che fa questo figlio di un mugnaio.
Naturalmente non è proprio così: la camera oscura deve averla usata parecchio e se non ha anche mai visto Caravaggio, deve aver guardato Gerrit van Horntorst con mooooolto interesse.
Quando siamo davanti alle opere di Rembrandt, ci ricordiamo della luce di Caravaggio e cogliamo quello che il Merisi avrebbe voluto raffigurare –oltre a quello che ci ha esplicitato il nostro critico d’arte- e allora capiamo che Caravaggio ha usato un codice, una convenzione, che rimanda a Rembrandt (come una pazzesca corsa –a fari spenti nella notte (by Battisti)- in contromano, da multa didattica!).

fine prima parte

venerdì 15 gennaio 2010

la lettura dell'immagine (ossia Schama ti amo)

Imperterrita insisto, insisto a fare leggere Simon Schama ai miei studenti di quinta.
Simon Schama mi ha conquistata e ne sono ancora perdutamente innamorata ...nonostante ci dividano 23 anni e tutta la Francia, ci unisce l'amore per l'arte o meglio, ci unisce il Potere dell'arte!
Quello che dice Schama è legge e se, qualche volta, non concordo perfettamente (ecco tanto per non smentirmi...) con i contenuti, è assolutamente perfetto il modo con cui dipinge le sue critiche. Schama è sublime, ha una capacità evocativa unica, non è mai eccessivo a meno che non descriva l'eccesso, non sminuisce mai; le sue frasi colme di sinestesie sono davvero capaci di annunciare efficacemente quello che gli occhi vedranno, quando saranno davati all'opera originale, e a guidare lo sguardo e la mente nel godimento dell'opera.
Soprattutto egli scava imperterrito sotto ad ogni storia, mito, leggenda o personaggio ritratto. Così il dipinto diviene fruibile come un libro.
Schama mi è stato presentato, da un amico tanti anni fa, come autore di un libro che ha un titolo assolutamente affascinante: Gli occhi di Rembrandt.
Non fu amore a prima vista, lo confesso! Quel tomo di 800 pagine, non mi convinse ma, rimaero impresse nella memoria, la copertina d'oro, le pagine patinate con bellissime foto a colori e la passione con cui lo leggeva il mio amico!
Quando, dopo qualche anno, lo riconobbi sugli scaffai di una bancarella, lo acquistai e caddi nell'inestricabile trama del fascinoso racconto: Gli occhi di Rembrandt, che strano titolo!?
Analizzare un pittore dalla sua capacità di guardare... mi pareva fosse più interessante la sua capacità di riprodurre, di eseguire, erano più interessanto le sue mani.
E infatti ..., sbagliavo!
Quando poi presi a leggere della famosa Lezione di anatomia del dottor Tulp, capii che questo era proprio quello che io cercavo, io la storia dell'arte la volevo sapere così...
Schama ci dice tutto del dottor Tulp, anche l'insegna che stava davanti a casa sua o cosa era disegnato sulla porta della carrozza, ci dice chi è il morto sezionato nella lezione e per quale motivo sia finito lì e poi come lo racconta, come lo dice...
Dopo Schama mi fu chiaro che lo stile e il tema erano legati in una maniera inestricabile perchè la necessità del messaggio è preponderante...
Dopo Schama mi fu chiara la differenza tra descrizione e critica d'arte.
Allora perchè negare questa esperienza agli studenti di quinta? Sarebbe una cattiveria!

Schama è difficile e necessita di una lettura lenta, ma apre infinite finestre.
Schama è lontano dalla vuota affabulazione che si compiace unicamente del vuoto suono delle parole complesse.
Schama contestualizza l'opera e non rinnega mai il difficile recupero della destinazione.
La difficoltà di Schama dipende dall'essere abituati alla lettura dei manuali, che stanno al testo critico come l'omogenizzato ad un piatto di tortellini fumanti.
Quindi leggere qualche pagina de "Il potere dell'arte" in classe, non è un'operazione che scoraggia ma piuttosto un omaggio alla età adulta che gli studenti stanno raggiungendo.